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A vent'anni dalla sua distribuzione "Godzilla - Final Wars" rimane uno dei prodotti più anomali, se non IL più anomalo, nella filmografia di Godzilla.
Colorato, ultracinetico, sopra le righe, questo film, nato per celebrare il cinquantenario della saga, non condivide infatti granchè con le pellicole che l'hanno preceduto. Pur essendo uscito nel 2004 e pur apparendo diversissimo sia da quel Godzilla Minus One a cui abbiamo dedicato la nostra conferenza dell'anno scorso sia dallo Shin Godzilla di Hideaki Anno, esso, tuttavia, è ancora uno dei film più recenti del Godzilla giapponese.
Vale la pena di riguardarlo? Aveva qualcosa da dire questo lavoro diretto da Ryūhei Kitamura? C'è un senso dietro a tutte le sue bizzarrie?
Da un lato la Venere di Willendorf. Dall'altra una statuetta ecchi. Figure femminili simili per formato, forme prorompenti, posizione, ma così diverse per epoca e manifattura.
Affiancarle e sottintendere un collegamento tra le due è sensato o sacrilego? La Venere potrebbe rappresentare la Grande Madre, proto-divinità archetipale che possiamo ritrovare un po' in tutte le culture del mondo. Le statuette ecchi sono tipici prodotti a uso di persone fissate (troppo?) con certe fantasie mutuate dal mondo animato giapponese. Entrambe sono icone della femminilità: una sacra, una profana.
Ma c’è davvero un contrasto? Davvero il mondo dell'iconografia sacra è così lontano da quello dell'iconografia profana? Sul serio esistono tette sacre e tette profane?
A distanza di mezzo secolo dalla sua distribuzione cinematografica il nome di Fantozzi è ancora oggi sinonimo di "italiano medio". Il mito del personaggio di Paolo Villaggio vive attraverso meme, citazioni diventati modi di dire, gag ricorrenti in un modo o nell'altro note a tutti.
Eppure, nel frattempo, di acqua sotto i ponti ne è passata. Per forza di cose la società, la cultura, il mondo di metà anni '70 ci appare lontanissimo. La storia ha fatto passi da gigante. Apparentemente nessun aspetto della vita dell'italiano medio è inalterato rispetto a quegli anni. Eppure Fantozzi, oggi come ieri, sembra essere ancora in grado di dirci molto di chi siamo.
Acido Critico rispolvera dunque il congiuntivo e analizza scena per scena, più o meno, il leggendario primo tragico film dell'impiegato più celebre d'Italia. Scoprendo che forse Fantozzi non è il perdente che ci ricordiamo che fosse, bensì un personaggio che tenta in tutti i modi di avere la meglio su un sistema che lo vuole ridurre al silenzio. Perchè l'importante, come ci ricorda lo stesso Villaggio, è non disturbare.
Trent'anni anni fa la messa in onda della prima puntata di Neon Genesis Evangelion è stata un momento di svolta per la storia dell'animazione, un vero e proprio "Impact" che ha lasciato una traccia profondissima nella cultura popolare, nipponica e non solo.
Bisogna chiederselo: come ha fatto un anime così complesso da approcciare a lasciare una traccia così profonda nella cultura di massa?
Acido Critico tenta la difficile impresa di dire qualcosa di nuovo su “Eva”, dopo tre decenni di analisi meticolosissime, partendo dal modo in cui ha saputo restituirci uno sguardo sull'umano, teso fra una continua elevazione verso l'inconoscibile, l'ignoto, l'incontrollabile, e i problemi terreni, le fragilità che tendiamo a sotterrare e dimenticare, i conflitti fondamentali che ci rendono chi siamo.
Verso la fine degli anni '70, l’Italia viene travolta dall'animazione giapponese. E cominciamo, di conseguenza, a familiarizzare con la loro costante rappresentazione delle divise scolastiche e degli eroi e supereroi nipponici.
Che vogliate considerare le divise scolastiche un ingombrante rimasuglio dell'indottrinamento militarista del Giappone imperiale, un simbolo dell’appartenenza alla vita studentesca, o un feticcio per chi vuole eroticizzare a tutti i costi le giovani protagoniste di queste storie, questi vestiti sono tutto questo, e anche di più.
Gli abiti sono protagonisti indiscussi di molti dei filoni narrativi dell'animazione e del fumetto giapponese, sono un simbolo dai significati profondi, che hanno a che vedere con le crescita, col raggiungimento della vita adulta e con i poteri che derivano dal divenire la forma più completa di sè stessi, anche quando non sono più divise militari né scolastiche ma diventano tute o armature colorate.
Nonostante un budget irrisorio, un lancio timido e diverse caratteristiche molto locali, Godzilla Minus One, uscito lo scorso dicembre, si è immediatamente rivelato un successo inaspettato, capace di dominare il box office americano per diversi giorni. Nei mesi successivi ha incassato una decina di volte il proprio budget, ha ricevuto una seconda distribuzione in bianco e nero e ha vinto l'Oscar ai migliori effetti speciali.
Un vero e proprio caso cinematografico, che risulta ancora più incredibile se pensiamo al terribile stato in cui versa l'industria cinematografica mondiale. In un momento nel quale prodotti americani con un budget dieci volte superiore a quello di Godzilla Minus One faticano ad andare in pari con le spese Godzilla riesce non solo a rivelarsi un'impresa di successo, capace di rinnovare la passione dei fan verso il mostro più famoso del cinema mondiale, ma anche a vincere un Oscar solitamente riservato alle grandi produzioni di Hollywood.
Ormai è da qualche tempo che la cultura nerd è diventata di tendenza, e di conseguenza è facile dimenticarsi di alcuni fatti che hanno riguardato le nostre nicchie appena poche decine di anni fa. Dalla furiosa autocensura nei fumetti degli anni '50 allo sdegno per la pubblicazione di Rule of Rose nel 2006, da DnD che avrebbe dovuto renderci tutti satanisti alla certezza che Ken il guerriero convincesse i ragazzi a lanciare sassi dal cavalcavia, a più riprese abbiamo visto le nostre passioni fatte a pezzi in nome della difesa dei bambini, presunti innocenti, indifesi e facilmente corruttibili dai prodotti culturali.
Col senno di poi possiamo chiamare questi episodi ciclici col loro nome: panico morale. Si tratta di un fenomeno non così raro, che non riguarda unicamente noi nerd e che è stato studiato fin dagli anni '70 da sociologi e psicologi.
Cosa unisce l'architettura nanica di Moria ai grattacieli di Gotham City? Per quale motivo la Raccoon City di Resident Evil sarebbe in qualche modo legata all'aldilà di Grim Fandango e alla distopia della Rapture di Bioshock? L'art déco!
Cos'è l'art déco? Cosa sono le arti decorative? Cos'ha di così particolare questo fenomeno del gusto, che ha riguardato tanto l'architettura quanto il design dell'oggetto? E come mai gli art director di giochi, film e altri prodotti di successo si prendono ogni genere di licenza poetica pur di far comparire reminescenze di questo stile nei loro lavori?
Saliamo su uno streamliner, una delle classiche locomotive degli anni '40, e facciamo ancora una volta un viaggio nel tempo alla ricerca delle sue origini, e scopriamo come mai dopo pochissimi anni dalla sua nascita divenne già sinonimo di decadenza, in senso sia astratto che materiale.
I fandom. Viste talvolta come felice risultato dello sviluppo dei media nel corso del tardo novecento, vissute talvolta come uno scomodo "male necessario" nella fruizione dei prodotti di culto del giorno d'oggi, queste masse caotiche di appassionati non sono mai state potenti quanto lo sono divenute nel corso degli ultimi anni.
Il fan è, naturalmente, sempre esistito. Ma il fandom non è solamente l'insieme dei fan. È una vera e propria micro-società, che dà vita ad associazioni, eventi, vere e proprie pratiche condivise come il #cosplay o le #fanzine.
La storia del cinema ci racconta di questo potere mediante un film di culto inatteso: Rocky Horror Picture Show.
Con la collaborazione di Zeth Castle.
Il franchise letterario creato da J. K. Rowling è oggi un vero e proprio impero. Il suo successo esplosivo e sconfinato ha trasformato Harry Potter in un vero e proprio patrimonio della cultura letteraria inglese, e forse anche mondiale. Al tempo stesso ciò ha reso la sua autrice una persona molto visibile e culturalmente influente.
Hanno avuto dunque molto risonanza le idee di cui questa si è fatta portatrice negli ultimi anni: quel che è iniziato come una semplice serie di like a dei tweet transfobici nel 2020 oggi si configura come una netta presa di posizione, che ha inevitabilmente polarizzato le posizioni dell'intero fandom di Harry Potter.
Cos'ha detto effettivamente J. K. Rowling? Perchè sono rilevanti le sue idee politiche e sociali? Qual è oggi lo stato delle cose?
La girella, ormai mitologia merendina degli anni '80, ha caratterizzato l'infanzia di un'intera fetta generazionale dell'"universo nerd" italiano di oggi. Al punto da far chiamare "girellari" tutti quelli che rimpiangono una fantastica età dell'oro in cui i fumetti e i cartonianimati, secondo loro, "non facevano politica".
Oggi, è evidente, cartoni animati e fumetti politica la fanno. Dai personaggi queer di Sandman alla creazione di interi universi supereroistici "al femminile" (ricordiamo Spider Gwen tra i personaggi più famosi), passando per i film Marvel con protagoniste femminili o di colore (basta questo per fare politica, apparentemente).
Noi ci puniamo una domanda: ma questa fantomatica età dell'oro, in definitiva, ESISTE?
Prendiamo i film di mostri giganti. Un genere prettamente escapista? Apparentemente sì. Una buona fetta dei film di Godzilla sono veri e propri cinepanettoni orientati a un pubblico infantile, in cui dei mostri giganti combattono tra di loro per il bene del pubblico ludibrio. E lo stesso si può dire dei monster movie americani.
Eppure anche i film di kaiju sono il risultato del lavoro di un gruppo di artisti che hanno giocoforza inserito nella propria narrazione alcuni frammenti della società e della cultura a loro contemporanee.
Prendiamo in mano questi film, a partire dal leggendario Godzilla del 1954, e andiamo a caccia di questi frammenti, osservando come i kaiju, a modo loro, ci raccontino la Storia.
Dal femminismo all'inclusività, passando per l'ecologismo, la storia recente è piena di "grandi temi" che la cultura di massa ha dovuto giocoforza affrontare, vere e proprie arene che catalizzano il dibattito sociale ed entro cui, inevitabilmente, anche l'arte ha dovuto imparare a muoversi.
Ma che succede quando questi temi vengono affrontati male?
Nulla da dire quando l'opera è "piccola" e lascia una traccia minuscola nel patrimonio culturale mondiale: la macchia svanisce senza che nessuno ne tenga nota. Ma quando chi sbaglia è un "big" della produzione culturale, che si chiami Netflix, Disney, o Adriano Celentano, allora ci troviamo potenzialmente di fronte a veri e propri disastri comunicativi.
Cosa lega il noto conservatorismo di Lovecraft agli stereotipi etnici presenti in gran parte dei giochi di ruolo di successo degli ultimi decenni, da D&D a Vampire: The Masquerade? Cosa ci ha portati dalla lettera aperta di Tolkien in risposta agli editori delle sue opere nella Germania nazista alle proteste di una parte dei giocatori di Magic: The Gathering per la messa al bando di alcune vecchie carte, ormai inutilizzate a livello competitivo? Da dove nasce quel razzismo di fondo che apparentemente caratterizza le opinioni politiche di almeno una parte della nostra community?
La risposta è complessa, e passa per la definizione di una parola chiave: #bioessenzialismo.
Per quanto il “wizarding world” di Harry Potter sia un mondo immaginario come tanti, costruito su elementi simbolici posti in una maniera tale da farcelo apparire più o meno verosimile, sono tante le zone grigie nelle quali tali simboli si combinano in modo poco convincente. Creature di fantasia come i goblin o gli elfi domestici che sembrano portare con sé tratti stereotipati e razzisti, il sistema politico del mondo dei maghi che ci appare confuso e superficiale, la descrizione offertaci di certi elementi che cambia nel corso della saga.
Per quanto, come tutti i testi, anche Harry Potter sia un’opera imperfetta, bollare questi passaggi come mere sviste è sicuramente una semplificazione. Indagare queste zone grigie alla ricerca dei loro significati è un compito più arduo di quel che potrebbe sembrare a una prima occhiata. Tuttavia è dovere, per chi vuole criticare con coerenza il lavoro di J. K. Rowling, affrontare queste difficoltà così da comprendere, appieno, quale fosse la visione della sua autrice.
In un contesto nel quale aziende di giochi come Hasbro esplorano le potenzialità delle IA generative sono inevitabili le tensioni tra gli artisti e chi usa queste tecnologie nei loro processi creativi. Mentre gli artisti contestano l'idea di sostituire il lavoro umano con quello delle intelligenze artificiali, aziende come la Wizards of the Coast (D&D, Magic, Axis & Allies...) sperimentano in tal senso, rispondendo con messaggi contraddittori a chi si dimostra critico nei confronti delle loro scelte commerciali. Cionondimeno l'adozione delle IA anche in questi ambiti sembrerebbe un passaggio inevitabile del prossimo futuro, anche al fine di affrontare una diffusa crisi di settore.